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Come si affrontano epidemie come il Coronavirus nel 2020

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17 Aprile 2020

Prendiamo come esempio i modelli adottati da quattro nazioni sul contrasto alla pandemia, Cina Italia Corea del Sud e Gran Bretagna. Sono metodi in alcuni casi opposti partendo dai sistemi di tracciamento digitale coreani alla scelta di Boris Johnson di non voler fare nulla per contrastare il virus aspettando un’immunità di gregge, passando per le quarantene militarizzate del governo cinese per arrivare a quelle cantate dai balconi italiani.

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Questo virus sta mostrando i limiti dei nostri sistemi politici e sta mostrando in maniera drastica quanto le nostre società siano disponibili a rinunciare in cambio della sicurezza.

IL MODELLO CINESE

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In parte lo abbiamo seguito anche noi, dove le considerazioni di carattere sanitario hanno spinto i governi a stringere in una maniera così forte. La Cina sapeva che si sarebbe giocata , nella gestione del Coronavirus, gran parte della sua reputazione e davanti alla sfida sulla sicurezza globale non ha mancato di dar sfoggio agli occhi del mondo della sua potenza economica, logistica, scientifica e organizzativa. Nssuno al mondo aveva mia costruito un ospedale da mille posti in soli tre giorni.La reazione è stata da grande potenza con il focolaio di Whuan già spento anche se con risultati discutibili in termine di numeri.

IL MODELLO ITALIANO

E’ stato sotto il profilo sanitario simile a quello cinese anche se decisamente meno autoritario ma più partecipato. La decisione di estendere la zona rossa in tutta Italia è arrivata dall’opposizione e le misure poi adottate sono state diluite da una serie interminabile di provvedimenti decreti e proroghe in perfetto stile Italiano.

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IL MODELLO COREANO

Nella patria della Samsung non potevamo aspettarci nulla di diverso da quanto successo. Infatti il governo coreano ha deciso di non adottare il modello cinese e italiano ma bensì il tracciamento digitale e la proliferazione dei contagiati. Per farlo non ha esitato ad utilizzare tecnologie digitali insieme ad una campagna a tappeto di screening di massa biologici identificando tutti i soggetti venuti a contatto con il virus attuando un isolamento selettivo delle persone, e non delle città come in Cina e Italia.

IL MODELLO BRITANNICO

Totalmente opposto al metodo cinese ed italiano e privo della tecnologia coreana, la scelta del premier inglese Boris Johnson è stata quella di annunciare che il governo non avrebbe fatto nulla per contrastare il virus e che le famiglie dovevano prepararsi ad avere numerosi lutti. Impensabile per un paese conservatore pensare di costringere i sudditi di Sua Maestà a interventi coercitivi come quelli imposti in Cina. Meno che mai invadere la privacy per avviare campagne di tracciamento di contagi come in Korea. Meglio affrontare l’emergenza con una prima ondata di decessi in popolazione che possa poi sviluppare degli anticorpi per tenere sotto controllo l’infezione.

Quindi analizzando i quattro metodi elencati e con l’ausilio di una ricerca del washington post, che puoi trovare qui, possiamo affermare che alla base scientifica della lotta contro le grandi epidemia vi è il distanziamento sociale, evitando spazi pubblici e limitando generalmente i loro spostamenti.

Adesso prendiamo in esame 4 modelli di comportamento: “LIBERA CIRCOLAZIONE”, “TENTATIVO DI QUARANTENA”, “DISTANZIAMENTO SOCIALE MODERATO”, e “DISTANZIAMENTO SOCIALE DUFFUSO”, (il caso Italia per capirci). La ricerca del WP ci dimostra che il distanziamento sociale diffuso è senza ombra di dubbio il comportamento più affidabile per rallentare la diffusione del virus e per “appiattire la curva del contagio”. Uno studio approfondito della Imperial College, un centro londinese per i modelli delle malattie infettive più accreditati al mondo, ha stimato che in Italia vi siano almeno 5,9 milioni di infettati, la cui quasi totalità non necessitante di cure ospedaliere e moltissima parte dei quali completamente asintomatici. Quindi possiamo affermare con estrema convinzione che il problema più grande in Italia non sia relativo al solo contagio, ma bensì l’alto numero di persone che,a seguito del contagio, finiscono in terapia intensiva, causando un sovraffollamento che impedisce di salvare vite umane. La differenza è importante perchè se si stabilisce che il problema sociale cardine sia il contagio, la politica dovrà adottare alcuni provvedimenti. Se si stabilisce che invece il problema siano i morti nelle terapie intensive, la politica dovrà adottare altre misure, alcune delle quali non si focalizzeranno sull’evitare il contagio verso tutti. Dall’analisi fatta finora, la principale lacuna del modello italiano è considerare il contagio una piaga per tutti le persone. Questo è sbagliato come dimostra, oltre allo studio dell’Imperial College, anche l’analisi per fascie di età dei deceduti per Coronavirus da parte della Protezione Civile in collaborazione con ISS, il quale dato evidenzia che: i deceduti Under 40 sono 42 sul totale dei 14.860 ( dati relativi al 6 aprile) di cui 39 con gravi patologie preesistenti. Tutto ciò dimostra numericamente l’inesattezza secondo la quale “mantenere le persone in salute” sia identico a “evitare il contagio verso tutti”.

Il compito della scienza medica è quello di capire come il virus agisce e fornire modelli di comportamenti del virus in determinate condizioni semplificate. Questo vuol dire che la Scienza non deve tenere conto di fattori economici, sociologici e culturali che invece spettano alla Politica.

Per la scienza medica l’obiettivo è trovare un modo per debellare il virus. Per la politica, l’obiettivo è coordinare le azioni al fine di garantire protezione sanitaria, economica e sociale ad uno Stato.

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