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Tutto l’amore dei Cinquestelle per il regime venezuelano

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16 giugno 2020

Fu il 5 marzo del 2017 che un gruppo di tre parlamentari Cinquestelle dopo essere passato dall’Argentina arrivò a Caracas e all’ambasciata italiana incontrò una folta delegazione di italo-venezuelani. Nomi e cariche dei tre: Manlio Di Stefano, capogruppo alla commissione Affari esteri della Camera e futuro sottosegretario agli Esteri; Ornella Bertorotta, capogruppo alla commissione Affari esteri del Senato; Vito Petrocelli, vicepresidente del Comitato italiani all’estero.

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Nessuno all’epoca sapeva della storia che “Abc” avrebbe tirato fuori su una presunta valigia con i 3,5 milioni di euro che nell’estate del 2010 il governo di Chávez, tramite il console a Milano Gian Carlo di Martino, avrebbe fornito a Gianroberto Casaleggio come «promotore di un movimento di sinistra rivoluzionario e anticapitalista della Repubblica di Italia» nato nel maggio precedente. Cioè, appunto, i Cinquestelle.

I cultori di politologia in più potevano osservare un curioso collegamento indiretto tra movimento di Grillo e regime chavista rappresentato da Jean-Jacques Rousseau.

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Una riflessione più approfondita avrebbe potuto ipotizzare che il ritorno al radicalismo di sinistra pre-marxista potrebbe essere uno dei possibili sbocchi per l’anticapitalismo dopo la crisi del socialismo reale. Ma presumibilmente neanche la gran parte degli italo-venezuelani presenti avevano avuto occasione di soffermarsi su questo tipo di affinità.

Quel che invece gli italo-venezuelani sapevano bene è che il gennaio precedente il presidente della Commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini aveva presentato allo stesso Senato una mozione sulla situazione in Venezuela che era stata approvata con 184 voti, mentre una mozione sullo stesso tema presentata dai Cinquestelle era stata bocciata con 173 no.

Il documento grillino elencava i «successi» del regime chavista: «La fame è stata ridotta del 21,1 per cento»; «l’Unesco ha dichiarato il Venezuela Paese libero dall’analfabetismo nel 2005»; «il programma Barrio Adentro ha permesso la costruzione di più di 13mila centri medici». L’opposizione venezuelana era stata inoltre accusata di voler destituire Maduro «pur non avendone alcuna prerogativa costituzionale».

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I tre grillini erano stati invitati dal governo di Caracas appunto per verificare la situazione con l’Italia. E l’incontro era stato programmato al Centro italiano venezuelano di Caracas, ma gli italo-venezuelani avevano invece imposto la residenza dell’ambasciatore Silvio Mignano.

Il motivo lo espresse uno di loro in modo se vogliamo brutale: «Spero che non andiate a raccontare fuori quello che diciamo qui dentro, perché altrimenti la pagheremo tutti. Credo sia abbastanza ingenuo pensare di poter discutere con un regime fascista come quello venezuelano».

A loro volta i Cinquestelle non avevano voluto la stampa e avevano esordito con un comizio in stile appunto grillino: onestà onestà, etc. Alle rimostranze protestarono: «Siamo deputati e senatori della Repubblica, ma quale ingenuità? Noi con i venezuelani vogliamo discutere e abbiamo votato contro il documento Casini perché prevedeva l’ingerenza di un paese straniero nei fatti del Venezuela».

Da lì, il tono degenerò subito in un misto tra rissa e farsa. «Noi abbiamo paura, voi forse non sapete come si vive qui. Per favore alzi la mano chi è stato sequestrato o ha avuto l’esperienza di un familiare rapito». Quasi tutti alzarono la mano.

Risposta grillina: «Insomma, pensate che anche in Italia si sta male, ci sono tanti giovani senza lavoro a causa delle scriteriate politiche del governo Renzi, abbiate un po’ di empatia. E diciamo che ci sono anche cose buone in Venezuela come il programma di musica nelle scuole». Il cui direttore Gustavo Dudamel sarebbe poi andato in esilio a sua volta, rompendo con il regime e appoggiando la protesta. Comunque, del viaggio i Cinquestelle approfittarono anche per partecipare alla commemorazione della morte di Chávez.

In realtà, al di là di questo presunto finanziamento del 2010, ancora da dimostrare, e al di là delle affinità rousseauiane, quando alle elezioni del 2013 i Cinquestelle sbarcano in forze in Parlamento un importante esponente tra gli eletti in Senato è Luis Alberto Orellana: un italo-venezuelano che in seguito mostrerà piena solidarietà all’opposizione.

Candidato alla presidenza del Senato, Orellana il 16 aprile 2013 diventa vicepresidente del gruppo dopo essere stato battuto di misura nella corsa alla presidenza: 22 voti contro i 24 di Nicola Morra. Ma il 31 luglio è già rimosso, e il 26 febbraio del 2014 esce dal partito.

La sua emarginazione deriva da un moderatismo in cui non c’entra ancora il tema venezuelano. Ma sembra evidente che con un Orellana dirigente difficilmente il Movimento avrebbe potuto sponsorizzare un evento come il convegno alla Camera del 13 marzo 2015 “L’alba di una nuova Europa”, in cui l’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba) fondata da Castro e Chávez è indicata come modello a cui una riforma della Ue dovrebbe ispirarsi.

Tra i relatori i massimi nomi della lobby filo-castrista in Italia: Gianni Minà, Luciano Vasapollo, Giulietto Chiesa, Fabio Marcelli. Presenti anche i rappresentati dei governi filo-chavisti. Organizzatori: Alessandro Di Battista e Manlio Di Stefano.

In effetti, più che un partito filo-Maduro i Cinquestelle sembrano una forza politica la cui gran maggioranza è assolutamente indifferente al tema, e in cui ha dunque campo libero una piccola ma agguerritissima lobby proveniente dall’estrema sinistra. Un emblema di questo disorientamento della maggioranza è rappresentato da Di Maio quando parla di «Pinochet dittatore del Venezuela».

Ma proprio per questo vuoto è facile orientarlo, e nel 2017 proprio Di Maio propone l’Alba come mediatrice sul conflitto in Libia.

I nodi vengono al pettine quando Juan Guaidó porta la sua sfida a Maduro proprio nel momento in cui i Cinquestelle sono forza di governo assieme a una Lega che invece si considera anti-Maduro.

Il 23 gennaio 2019 Juan Guaidó è proclamato presidente incaricato in un Cabildo Abierto. Il 26 sulla crisi in Venezuela si riunisce il Consiglio di Sicurezza. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, il presidente francese Emmanuel Macron, la viceportavoce del governo tedesco Martina Fietz e il ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt hanno intanto chiesto a Maduro di indire libere elezioni entro otto giorni, o se no riconosceranno come legittimo presidente Juan Guaidó.

E il governo italiano si spacca. «Francia, Germania e Spagna hanno fatto bene perché Maduro sta piegando con la violenza e con la fame un popolo», dice Matteo Salvini in conferenza stampa.

Aggiunge però: «Lo dico perché ci sono anche tanti italiani in Venezuela che stanno soffrendo, quindi spero che anche il governo italiano abbandoni ogni prudenza e sostenga il popolo venezuelano, il diritto a libere elezioni, alla democrazia». Suona come ammissione implicita che la linea del governo è condizionata dalle fortissime pregiudiziali filo-Maduro presenti tra i Cinquestelle.

Poco dopo anche il ministro degli Esteri Enzo Moavero sollecita il governo ad allinearsi su una linea ormai europea, visto che la ha fatta propria anche l’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue Federica Mogherini.

Ma i Cinquestelle hanno fatto quadrato, e Conte è stato costretto a una dichiarazione da pesce in barile: «L’Italia sta seguendo con costante attenzione la situazione in Venezuela. Auspichiamo la necessità di una riconciliazione nazionale e di un processo politico che si svolga in modo ordinato e che consenta al popolo venezuelano di arrivare quanto prima a esercitare libere scelte democratiche».

Allo stesso tempo si dice contrario «a interventi impositivi di altri Paesi. Lo Stato sudamericano non sia terreno divisioni tra attori globali. L’Italia sta con il popolo venezuelano e auspica per esso migliori condizioni di vita politica, sociale ed economica». «Lo Stato sudamericano non sia terreno divisioni tra attori globali. L’Italia sta con il popolo venezuelano e auspica per esso migliori condizioni di vita politica, sociale ed economica».

Moavero è un po’ più deciso. «Ci riconosciamo pienamente nella dichiarazione comune che gli Stati membri dell’Ue hanno diffuso oggi sulla situazione in Venezuela, alla redazione della quale abbiamo partecipato. Chiediamo una vera riconciliazione nazionale e iniziative costruttive che scongiurino sviluppi gravi e negativi, assicurino il rispetto dei diritti fondamentali e consentano un rapido ritorno alla legittimità democratica, garantita da nuove elezioni libere e trasparenti».

Ma per Di Battista «firmare l’ultimatum Ue al Venezuela è una stronzata megagalattica». «Mi meraviglio di Salvini che fa il sovranista a parole ma poi avalla, come un Macron o un Saviano qualsiasi, una linea ridicola». «Di Battista parla a vanvera», è la risposta.

Il 31 gennaio il Parlamento Europeo riconosce Juan Guaidó come legittimo presidente del Venezuela: una risoluzione approvata con 439 sì contro 104 no e 88 astensioni che però non ha rilevanza pratica immediata, dal momento che è non legislativa e non vincolante.

C’è ovviamente un forte invito alla riunione informale dei ministri degli Esteri in agenda a Bucarest a prendere una posizione più energica rispetto alla semplice proposta di creazione di un gruppo di contatto. L’italiano Antonio Tajani come presidente del Parlamento Europeo ha avuto un ruolo fortissimo per promuovere questo voto, ma i due partiti della maggioranza governativa italiana si astengono.

La cosa clamorosa è che una settimana prima di astenersi il 24 gennaio la capodelegazione leghista al Parlamento Europeo Mara Bizzottto ha rilasciato un comunicato stampa in cui chiedeva: «Italia e Ue riconoscano Juan Guaidó nuovo presidente del Venezuela, spazzare via la dittatura comunista di Maduro». I grillini sono dunque riusciti a bloccare i leghisti.

La posizione di compromesso per cui l’Italia riconosce come autorità legittima l’Assemblea Nazionale pur senza considerare espressamente Guaidó come presidente legittimo è confermata alla delegazione che lo stesso Guaidó manda in Italia l’11 e 12 febbraio, e che però i Cinquestelle si rifiutano di ricevere.

I Cinquestelle si oppongono anche alla mozione in favore di elezioni libere in Venezuela che è approvata dalla Camera con 266 voti a favore contro 205 e dal Senato con 150 contro 120 e 2 astensioni.

Da sottosegretario agli Esteri Di Stefano dice ora: «Nella risoluzione approvata non riconosciamo la legittimità di Maduro, ma non riconosciamo neppure l’autoproclamato Guaidó». Equidistanza per modo di dire. Quando i deputati dell’Assemblea Nazionale venezuelana Américo De Grazia e Mariela Magallanes si rifugiano nell’ambasciata italiana a Caracas, nel maggio del 2019 i senatori grillini Alberto Airola e Gianluca Ferrara chiedono di consegnarli per permetterne l’arresto immediato.

«Sorprende quindi la presa di posizione del ministro Moavero, che invece di condannare il gravissimo tentativo di golpe messo in atto dalle opposizioni, si scaglia contro la reazione giudiziaria del governo nei confronti degli esponenti politici che hanno sostenuto la cospirazione sovversiva». Da notare che De Grazia stava in una Commissione incaricata di indagare sui possibili finanziamenti del governo Maduro a movimenti politici stranieri: cosa che alla luce degli ultimi sviluppi è per lo meno inquietante.

La posizione di stallo del governo italiano resta anche quando il governo giallo-rosso prende il posto di quello giallo-verde. E lo scorso 28 novembre Petrocelli come presidente della Commissione Esteri del Senato ospita la delegazione di un «Tavolo Nazionale di Dialogo per la Pace in Venezuela» che è presentata come di oppositori, ma di cui salta puoi fuori che parlano bene di Maduro.

C’è uno scontro verbale duro con senatori che invece sul Venezuela hanno altre informazioni, e si capisce infine che gli ospiti sono membri di una opposizione di comodo che il regime sta cercando di montare e di accreditare all’estero. I Cinquestelle, appunto, si sono prestati al servizio.

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